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19 - Ladri di cavalli 🛡️ | ‣ →


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Quattro anni prima.

Quando vide una persona familiare salutarla, Maia si azzardò a provare sollievo. La contentezza, però, durò appena qualche decina di secondi — il tempo necessario ad accorgersi che l’uomo davanti alla porta Sud di Colle degli Elci non era Dima, ma Zio Leo. Maia ricambiò ugualmente il saluto, aspettandosi di vederlo tornare, come al solito, alla propria ronda. Tuttavia, dopo aver ottenuto la sua attenzione, il Sergente incrociò le braccia e si fermò ad attendere che si avvicinasse.

Maia abbassò lo sguardo sul mazzetto di fiori che aveva colto quella mattina dal proprio giardino. L’aveva dovuto tenere al sicuro da Marigold perché non lo mangiasse ancora prima di partire di casa, e anche se era passata solo una dozzina di minuti da quando l’aveva colto, i fiori avevano già iniziato ad afflosciarsi.

Si sentì una stupida.

Era una giornata meravigliosa. Le cicale avevano iniziato a frinire, annunciando l’arrivo dell’estate, e l’aria profumava ancora della pioggia che aveva bagnato la campagna la notte precedente. Le sarebbe piaciuto fare visita alla collina dove crescevano i noci. Avrebbe trovato l’albero di Altea; si sarebbe stesa sull’erba, crogiolandosi ai raggi tiepidi del sole assieme a Marigold; avrebbe sonnecchiato fino a mezzogiorno, quando l’inno di Malir l’avrebbe svegliata; si sarebbe potuta dimenticare delle proprie preoccupazioni per un’oretta. Ma non poteva andarsene senza avvisare nessuno. E poi il cipiglio di Zio Leo — visibile anche dalla distanza — suggeriva che, se Maia e Mari avessero osato voltarsi verso casa, i rimproveri del Sergente sarebbero stati interminabili.

Era naturale che fosse così suscettibile in quei giorni. Con il disordine generato dalla morte dell’ultimo Astore, gli attacchi dei briganti si erano diffusi tanto a macchia d’olio che erano arrivati a colpire anche il circondario di Colle degli Elci, e non accennavano a diminuire in numero. Zio Leo era tanto sommerso di lavoro, e Maia lo aveva aiutato a stilare tanti di quei rapporti che iniziava a venirle il sospetto che, se il nuovo Astore non avesse risolto in fretta il problema, sarebbe stato giustiziato molto più velocemente del suo predecessore. Forse sarebbe stato meglio così.

Certo, non è che il resto del regno se la passasse molto meglio, ma Colle degli Elci era, come al solito, l’ultima ruota del carro. Se nel resto della Brumonia i criminali erano più interessati alle rapine e al furto di bestiame, dalle loro parti erano più propensi agli omicidi e agli stupri, cullandosi nella sicurezza che i loro crimini non sarebbero mai stati perseguiti, perché l’Astore non si sarebbe mai scomodato a mandare aiuti dall’altro lato della penisola.

«Buongiorno,» Maia ripeté il saluto a voce, quando Zio Leo fu a portata d’orecchio.

«’Giorno,» rispose, squadrandola come se stesse già cercando una ragione per darle una strigliata. Maia comprendeva il suo nervosismo, ma un po’ detestava quando si comportava così.

«Tutto bene, Zio?» Chiese, scendendo dal dorso di Mari.

Il suo sguardo si posò sulle alstroemerie, sui gigli gialli, e sull’ennesimo tentativo dell’equidina di renderli il suo prossimo pasto. «Qual è l’occasione?» Chiese, inarcando un sopracciglio.

Migliorare l’umore di Dima, avrebbe voluto rispondere, ma anche solo pensarlo la faceva sentire una completa incapace.

Ultimamente anche lui, come il suo babbo, era… ombroso. Maia sapeva che non dipendeva da lei — o almeno era ciò che lui continuava a ripeterle — ma le sembrava comunque di non riuscire a combinarne una giusta. Bastava una parola in più o in meno che Dima iniziava a discutere con lei. Maia cercava di non rimanerne ferita, perché sapeva che era animato dalle migliori intenzioni, ma avrebbe davvero voluto che trovasse un altro modo di sfogare la sua frustrazione.