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Nove anni prima.
“Evelina” riconosceva fin troppo bene quelle note. Quel motivo che echeggiava in tutta la Baia di Castro Cristallo era lo stesso che aveva udito quando Roccia del Drago — adesso ribattezzata Riva del Vento — era caduta, ma nessuno tra le persone sedute a chiacchierare nelle sale da tè a ridosso delle mura pareva preoccuparsene. Nessuno tranne sua figlia.
Maya sussultava ogni volta che una nota di quella canzone cupa vibrava nell’aria, contorcendo le labbra carnose in una smorfia, come se il suono le stesse fisicamente facendo male.
«Madre…» si lamentava, con voce supplicante, mentre faticava a seguire le ampie falcate di “Evelina”.
«Un altro po' di pazienza,» incoraggiò l’altra, stringendo i denti. «Siamo quasi arrivate.»
“Evelina” sapeva che quel giorno sarebbe arrivato: Evelina, la vera Evelina, l’aveva avvisata. Anzi, si aspettava che sarebbe giunto molto prima. Ma si può mai davvero essere pronti a qualcosa del genere? Si può essere pronti a perdere la propria città? A perdere la propria casa? A perdere la propria famiglia?
Prima di vederli, “Evelina” e Maya sentirono l’odore degli equidini. Era, come dire… di campagna. Ce n’era un recinto di dimensioni rispettabili proprio accanto all’ingresso Nord di Castro Cristallo. Alcuni dei grossi rettili verdastri stavano immobili sotto al sole, con la bocca aperta rivolta verso il cielo; altri spingevano le teste e i lunghi colli tra gli spazi degli alti recinti di legno, cercando di rubare un morso al fieno con le bocche piene di denti seghettati; altri ancora, con i capi chini sul terreno brullo, facevano periodicamente guizzare fuori la lingua biforcuta blu, cercando di fiutare di qualche filo d’erba che doveva essergli sfuggito.
“Evelina” sapeva che gli equidini erano più lenti dei cavalli nelle brevi distanze, ma erano bestie decisamente più robuste, meno capricciose e più facili da governare anche per un cavaliere inesperto. Con le lunghe code erano anche eccellenti nuotatori, nel caso in cui si fosse dovuto attraversare un acquitrino o guadare un fiume. Era un fatto di cui i vetturini si vantavano in continuazione, specialmente con i forestieri. Peccato che non ci fossero corsi d’acqua in Brumonia. In ogni caso, la loro meta era piuttosto distante, e quindi ad “Evelina” non interessava che la sua carrozza fosse trainata da cavalli, da equidini o da mostri. Doveva solo andarsene da Castro Cristallo il prima possibile.
Anche se non capiva la ragione della loro visita là, almeno Maya parve un po' rilassarsi quando vide i grossi animali. Lasciò il fianco di “Evelina” — sempre, comunque, con l’espressione contorta ritmicamente assieme alla canzone, adesso fortunatamente un po' più distante — e si chinò a terra per strappare un ciuffo d’erba cresciuto nell’angolo tra le pietre del pavimento e le mura chiare e porose che delimitavano Castro Cristallo. Mentre “Evelina” si avvicinò a parlare con l’uomo in uniforme da cocchiere, non le staccò mai gli occhi di dosso. Tutti le avevano sempre assicurato che gli equidini erano perfettamente innocui, ma non riusciva a convincersi. Da dove veniva lei, in Valdur, non esistevano rettili così grandi che non mangiassero le persone.
«Salve,» salutò “Evelina”. «Io e mia figlia avremmo bisogno di una carrozza per Poggio Picca.»
Maya allungò il ciuffo d’erba verso il muso angoloso di un equidino, che lo accettò entusiasticamente e si lasciò accarezzare le grosse squame opache sulla cima della testa.
«Spiacente, signora,» rispose l’uomo, allontanando la pipa dalla bocca e sospirando una nuvoletta di fumo bianco. «Il signore di Castro Cristallo ha vietato alle carrozze di uscire, oggi.»
«E perché mai?» Chiese “Evelina”, sgranando gli occhi.
Maya lanciò uno sguardo nella sua direzione, prima di voltarsi di nuovo verso le mura, alla ricerca di un altro po' d’erba.
«Guardate, non chiedetelo a me,» si lagnò l’uomo, indicando con la pipa verso il centro della città. «Già gli affari andavano male. Adesso devo rinunciare a decine di possibili clienti.»
Oh, Doni, no. Il signore di Castro Cristallo li stava condannando tutti. Per quale ragione, poi?
Come se le avesse letto i pensieri — ed effettivamente le preoccupazioni di “Evelina” dovevano essere evidenti sul suo viso — il cocchiere riprese a parlare. «Se vi interessa l’opinione di un uomo del popolo come me, l’idea che mi sono fatto è che quel damerino stia sfruttando l’assedio per vantarsi.»