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Musica ascoltata durante la stesura:
https://youtu.be/3g25zoDtg3c?si=OtAa5C_tW1DbxbMG
Perché — evidentemente questa notizia non è giunta anche a voi — Eldrick Reynolds non si è conquistato il suo titolo con la forza, ma gli è stato offerto dal Senato Brumonese. Roccia del Drago e Gorgo Caldo si sono sottomesse volontariamente a lui, e questo lo confermano anche le altre città Brumonesi ancora indipendenti.
Leone avrebbe voluto gridare immediatamente a Niko della sua scoperta, ma il silenzio tombale che ancora avvolgeva la Foresta Celata lo fece desistere. Non voleva rischiare di richiamare altre attenzioni indesiderate. Si chinò di nuovo al suolo, accanto al primo soldato, finendo il lavoro iniziato dal Sergente.
Non appena aveva visto gli sfregi nascosti sotto alle piume dello strano sicrostro era immediatamente saltato ad una conclusione, ma poiché non voleva — e non poteva — accettarla senza alcuna discussione, mentre continuava a recuperare gli ultimi pezzi dell’armatura a piastre decise di ripercorrere lentamente il ragionamento, alla ricerca di qualche falla in grado di invalidarlo.
Intanto che slacciava la cubitiera dal gomito pensò che, se il mostro era lo stesso, allora qualcosa doveva aver cambiato il suo aspetto. Questo non sembrava contraddittorio, specialmente perché lo aveva visto trasformarsi sotto ai suoi occhi, spezzando le sue stesse ali per ricavarne delle nuove zampe. Proseguì rimuovendo guanto d’arme e vambrace. Non aveva idea di quale poteva essere la causa di questo mutamento ma, se era successo a quel mostro, non poteva succedere anche agli altri? Questa parte della riflessione, invece, era meno solida. Non aveva alcuna prova che le cose stavano così, che la metamorfosi del mostro non era un fenomeno specifico a quello strano sicrostro, ma universale. Ma se era una cosa che succedeva a tutti i mostri — pensò mentre rimuoveva anche il rebrace e lo spallaccio — allora non spiegava ciò che era successo da vent'anni a quella parte? Non si erano più avvistati mostri uguali semplicemente perché si erano trasformati tutti.
Era troppo presto per dire se la sua teoria era corretta o no, perché non aveva prove per confermarla o smentirla. Ma se le cose stavano davvero come credeva, allora era imperativo scoprire qual era la causa di quelle trasformazioni. Non che sarebbe stato facile. Non conosceva alcun teratologo, e dubitava che l’Astore — e il Re da cui stava prendendo ordini — sarebbe stato troppo entusiasta di fornire fondi per finanziare una simile ricerca. Fortificare le difese di Colle degli Elci per poi bonificare la Palude di Cesa sarebbe stato difficile se i soldati dovevano rischiare e perdere le proprie vite cacciando mostri.
Leone racimolò tutti i pezzi di armatura in un unico punto. All’appello mancava uno schiniere — probabilmente quello che avevano ritrovato poco prima nel bosco — una scarsella e le scarpe d’arme. Intanto che Niko finiva coll’altro soldato, Leone provò a guardare più attentamente il pavimento erboso della radura ovale, ma non gli sembrò di trovare nulla se non macchie scure di sangue ormai secco. Probabilmente gli altri componenti dell’armatura a piastre si trovavano fuori dalla radura, nelle vicinanze della gambiera che avevano lasciato indietro. O, se era sfortunato, potevano essere ancora più indietro, nei dintorni del carretto, dove avevano trovato il pugnale. Si sarebbero potuti mettere a cercarli, ma Leone aveva intenzione di spendere meno tempo possibile nella nebbia, e le protezioni che mancavano erano tutto sommato facilmente sostituibili, quindi si sarebbero accontentati.
Si rimise di nuovo il martello d’arme in spalla, impugnò l’arco e si avvicinò a Niko.
«Signore,» lo precedette, alzando lo sguardo verso di lui mentre le sue mani si fermavano sopra la celata dell’elmo. «Penso che ci conviene portare il carretto qui,» suggerì.
«Sono d’accordo,» rispose Leone. L’idea di fare avanti e indietro nella radura non lo faceva impazzire, ma l’alternativa era riempirsi completamente le mani per riportare indietro le armature in un unico viaggio. Non ci teneva ad avere i movimenti ostacolati così a lungo.
Lo sguardo di Niko si abbassò sulla corda dell’arco e poi danzò sul fianco di Leone. Aprì di nuovo la bocca, come per dire qualcosa, ma poi scosse la testa, e si rimise a lavorare velocemente per rimuovere l’elmo e la gorgiera del soldato accanto a lui. Ma non ebbe bisogno di dire nulla perché Leone aveva già capito perfettamente. L’opprimente umidità della Foresta Celata sembrava aver danneggiato la corda di tendini. Anche se aveva portato con sé un’intera faretra di frecce, probabilmente avrebbe resistito a solo un altro paio di tiri prima di spezzarsi, e Leone non ne aveva portata un’altra. Poi c’era la questione della sua ferita. Il sangue non stava sgorgando fuori velocemente, ma non sembrava nemmeno volersi fermare. In effetti ricordava vagamente qualcosa a proposito del fatto che il sangue dei mostri — di cui l’osso che l’aveva ferito era ricoperto — era anti-coagulante. Non sapeva quanto tempo ci avrebbe impiegato a morire dissanguato, ma immaginava che non ci sarebbe voluto ancora molto prima di iniziare a risentire gli effetti della ferita. Avevano fretta, e la fretta era una cattiva consigliera, specialmente se il loro obiettivo rimaneva cercare di richiamare meno attenzione possibile.
Leone desiderò di non aver mandato via Maia. Si sa: dire “buona caccia” porta sfortuna, ma quando era lei a farlo, per qualche ragione, le sue battute andavano sempre straordinariamente bene. Gli sarebbe proprio servito un suo augurio. E invece l’ultima cosa che gli aveva detto era che era dispiaciuta di essere stata una cattiva figlia. Forse, sapendo che era stato ferito, avrebbe cercato di assumersi anche quella colpa.
Perché succedeva sempre così? Perché non era riuscito a farle cambiare idea finché era stato in tempo?
Miseria. Non poteva lasciarsi schiacciare dalla difficoltà di quella situazione. Non ancora. Doveva tornare a Colle. Doveva rivedere Maia e doveva dirle che si sbagliava, che era stata una figlia molto migliore di quello che si sarebbe meritato, che nulla di quella faccenda era colpa sua, che non desiderava altro che vederla felice e che sarebbe riuscito a sistemare tutto, una cosa per volta. Ma non poteva fare niente di tutto questo se il loro “arrivederci” si trasformava in un “addio”, e quindi doveva uscire vivo dalla Foresta Celata.