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13 - Carrozze 🌾🛡️ | 15 - Saliscale 🛡️


Musica ascoltata durante la stesura:

https://youtu.be/AGM8BMqBcTo

https://www.youtube.com/watch?v=lfppdaW24YQ&pp=ygUUYnJhaW4gc3RldyBncmVlbiBkYXk%3D

https://www.youtube.com/watch?v=x9FpGazTOM0


Vedete: la flotta Zhuqiana è senza dubbio la più forte del continente. Ciononostante, non siamo mai riusciti a prenderci la Brumonia, perché Castro Cristallo era semplicemente inespugnabile. Se la Repubblica Brumonese riesce davvero a farsi sconfiggere da quelle quattro patetiche navi, allora Re Eldrick è un sovrano più capace di quanto pensavamo e si merita di conquistarla.


Maia sapeva che la Castro verso cui si stavano dirigendo sarebbe stata completamente diversa da quella che ricordava, eppure una parte di lei non si era aspettata di vederla così cambiata.

Non rimaneva più nulla a testimoniare che, fino a pochi anni prima, la città era stata una fortezza — o almeno nulla che si vedesse arrivando da Nord. No, in realtà non restava niente di niente.

Un tempo le casupole colme di finestre, porte e porticine si curvavano su un dedalo di viuzze. Queste ultime erano talmente strette che, in alcuni punti, se qualcuno avesse voluto toccare contemporaneamente due muri ai lati opposti della strada, lo avrebbe potuto fare senza allargare completamente le braccia.

Quei vicoli erano sempre colmi di persone anche quando nessuno ne calpestava le mattonelle, perché la gente parlava e discuteva e cantava e spettegolava e offriva da bere e da mangiare, tutto da una finestra all’altra. E nonostante le navi nemiche appena fuori dal loro porto, sembrava sempre che ci fosse qualche scusa per festeggiare, per condividere quei momenti di convivialità.

Alcuni, il più delle volte forestieri, trovavano quell’atmosfera opprimente. Era per questo che frequentavano principalmente le zone in prossimità delle mura, sia quelle che cingevano il lato Nord della città ma soprattutto quelle che circondavano il porto, perché lì gli edifici non erano altrettanto stipati. Ed era per questa ragione che le sale da tè erano diventate così popolari, ma pareva che fossero sparite assieme alle fortificazioni.

«Va tutto bene, Maya?» Chiese Nella. «Sei in silenzio da quando sei tornata.» In effetti, prima che Maia andasse a parlare con Sua Finezza, si era raccomandata di fare attenzione. Forse la signora temeva un suo altro accesso di rabbia di suo marito.

«Non preoccupatevi per me,» rispose. «Stavo solo ammirando la città.»

Maia doveva ammettere, infatti, che anche se la nuova Castro non aveva nulla a che fare con il luogo in cui era cresciuta, ricostruendola l’avevano resa una città davvero signorile.

Si apriva in grandi strade, contornate da alti porticati colmi di portoni, vetrine, sedie, tavolini e gente a passeggio, e tutte insieme formavano un’ampia griglia quadrangolare, in cui carri e portantine avanzavano in un preciso valzer in cui, miracolosamente, nessuno pestava i piedi a nessun altro.

E poi c’erano i palazzi che sovrastavano i porticati. Palazzi, sì, perché chiamarli semplicemente “case” non avrebbe fatto loro giustizia. Ogni edificio era intonacato di un bianco immacolato, e stuccato con ghirigori intrecciati in disegni, a volte geometrici e a volte arborei e floreali, e ogni facciata contava due, tre file — o almeno erano quelle che si riuscivano a vedere attraverso il finestrino della carrozza, poiché a volte sembravano proseguire ancora più in alto — di finestre, alcune che si affacciavano su balconcini con i parapetti in ferro battuto e altre con le persiane di legno, che il tramonto stava tingendo di arancione. I tetti non avevano le tegole come a Colle degli Elci o a Poggio Picca, ma erano piatti. Attraverso le balaustre che li contornavano, anch’esse in ferro battuto, si riuscivano a intravedere gazebo, piante, orli fruscianti di vestiti e fili di fumo grigio.