Torna a L’Inno del Braciere
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Musica ascoltata durante la stesura:
https://www.youtube.com/watch?v=4z7oi-QxE8s
https://www.youtube.com/watch?v=SGK00Q7xx-s
«Mi avete fatto preoccupare, Signorina Rivera,» disse Sua Finezza, quando Zio Leo e l’Astore se ne furono andati. «Per un attimo ho temuto che avrei dovuto approfittare della presenza di Dimitri, invece mi avete piacevolmente sorpreso.»
Anche lei si sentiva sorpresa da se stessa, ma di certo non positivamente. «Ho detto ciò che era necessario,» rispose, anche se Zio Leo non si meritava di sentire le parole che aveva pronunciato. Era per questo che si era scusata — o almeno che ci aveva provato. Poteva solo sperare che il suo messaggio fosse stato recepito.
«Lo dite come se vi avessi costretta,» il Deputato roteò gli occhi. «Ma ammettetelo: vi è piaciuto. Desideravate un’occasione di sfogarvi contro Duarte.»
Aveva proprio una bella faccia tosta. Certo che era stata costretta. «Se la mia presenza non è più necessaria, Vostra Finezza, vorrei tornare alla lezione di ortografia di Evelina,» rispose Maia.
«Continuate pure a fingere che non sia così, ma mi ringrazierete prima o poi,» l’uomo sollevò le spalle. «Siete congedate. Ah, e, Signorina Rivera, vi attenderemo nel mio ufficio all’inno di Liaris per un resoconto della situazione.»
Se lui avesse alluso all’istruzione di Evelina, Maia avrebbe avuto tanto da dire. Avrebbe riferito con soddisfazione che già riconosceva molte delle lettere del Brumonese, e che era una gioia vedere la contentezza nei suoi occhi quando riusciva a leggere o scrivere una parola tutta da sola. Avrebbe raccontato che pianificava di farle imparare anche l’alfabeto tanyurico e le regole per traslitterare i due sistemi di scrittura, così che sarebbe stato semplice insegnarle anche il Valduriano. Tuttavia non era ciò che l’uomo intendeva. Aveva detto che l’avrebbero attesa, al plurale.
Lui e Bruno avevano più o meno lasciato Maia in pace il giorno precedente, ma la sua fortuna doveva essere di nuovo finita.
«Non vi farò attendere,» disse Maia, e abbassò lo sguardo su Evelina, impaziente di andarsene per riordinare le idee. «Andiamo?» Chiese.
La bambina lasciò la gonna di sua madre e scalpicciò da lei. Le strinse la mano saldamente. Il solco accennato in mezzo alle sopracciglia aggrottate e gli angoli della boccuccia inclinati verso il basso davano l’impressione che avesse quasi paura a lasciarla andare.
Maia aveva scoperto con grande piacere che era una fanciulla affettuosissima — un gradevole cambiamento rispetto ai signori Messerli, ma anche a Nonna Lavi e a Zio Leo, che non erano mai stati troppo propensi a dare baci e abbracci. Da quanto erano rientrati a Poggio Picca, la sua tenerezza era stata l’unica roccia a cui era riuscita ad aggrapparsi.
Mentre si voltava verso l’uscita, Maia sentì lo sguardo di Nella gravarle sulla nuca. Non le aveva ancora rivolto la parola, da quando erano tornati da Castro. Inizialmente Maia aveva interpretato quel silenzio come indicativo di una qualche angoscia, ma se in un primo momento aveva creduto di essere lei l’oggetto del suo nervosismo, aveva realizzato, invece, che Nella temeva suo marito.
In ogni caso non sarebbe stata lei a forzarla fuori dalla sua taciturnità. Avrebbe atteso che Nella le parlasse quando — e soprattutto se — sarebbe stata pronta a farlo. Nel frattempo non poteva che ignorarla.