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1 - Ruggine 🌾 | 3 - Cangiante 🌾


È inaudito che un vostro connazionale si presenti al Senato di una nazione sovrana e si dichiari suo re senza che Zhuqiao non faccia nulla.


Sei anni prima.

Ancora prima di essere abbastanza grande da dare una mano nei campi, il babbo di Leone già gli insegnava come usare l’arco, a mirare al cuore per uccidere la sua preda velocemente. E quando era abbastanza grande da sposarsi, aveva già rinunciato alla caccia in favore di unirsi all’esercito. Be', l’esercito Brumonese non era poi molto diverso da un gruppo di cacciatori.

Leone non sapeva com’era la situazione negli altri continenti, ma in tutta la Valdur, e quindi anche in Brumonia, i mostri c’erano sempre stati. Storicamente, l’esercito in Brumonia era servito proprio a quello: difendere le città dagli attacchi dei mostri. Era piuttosto certo che gli attacchi erano aumentati in seguito all’arrivo di Re Eldrick, ma era un pensiero che aveva cura di tenere per sé, dato che circolavano voci piuttosto convincenti su come qualunque dissenso veniva velocemente soffocato nel sangue, e Leone non ci teneva a scoprire in prima persona se erano vere.

Adesso, tre anni dopo la resa incondizionata di Colle degli Elci, le guardie continuavano a svolgere la propria funzione originale. Non che, anche volendo, avrebbero potuto fare guerra anche, visto che ormai l’intera Brumonia era sotto il controllo del re.

Quella gelida giornata invernale aveva finito di lavorare, come al solito, al tramonto. Adorava l’inverno, perché meno ore di luce significavano che in quel periodo dell’anno lavorava di meno, e quindi aveva più tempo da passare accanto al caminetto con la sua famiglia. Quella sera, però, non avrebbe dovuto incontrare la sua figlioccia.

La ragazzina era avvolta in uno spesso mantello di lana scura che ondeggiava col vento. Con una mano si teneva i bordi del cappuccio per evitare di farlo cadere al vento gelido, e con l’altra picchiava timidamente col battente, quasi a voler nascondere il suo bussare da chi era all’interno. Quando udì i passi di Leone, si voltò verso di lui, abbassando il cappuccio, rivelando la criniera di stretti ricci castani che le incorniciava il viso.

«Dei della Calma, Dima, almeno potevi avvisarmi che non ti avrei trovato subito a casa,» Maia rimproverò, stringendo le labbra carnose in una linea.

«Dima non è a casa?» Chiese Leone, incrociando le braccia.

Nel sentire la voce di Leone, Maia non riuscì a nascondere la sua espressione angosciata. «Ciao, Zio,» salutò, sforzandosi per buona educazione di alzare lo sguardo verso il viso di Leone. Ma, come al solito, anche se gli occhi grigi di Maia erano puntati verso i suoi, a Leone sembrava invece di osservare Maia guardargli oltre, come per vedere qualcosa alle sue spalle attraverso la sua fronte.

«Forza, entriamo,» borbottò Leone, spingendo Maia all’interno dopo aver aperto la porta. «Mi spiegherai dopo che accendo il fuoco.»

Maia si sfilò il mantello controvoglia, soffermandosi per diversi attimi ad osservare Leone litigare con l’acciarino prima di prendere posto alla panca accanto alla parete, nel posto più vicino al camino. Sedeva composta, con le mani congiunte in grembo, e le sopracciglia corrucciate. La luce del focolare si rifletteva dorata sulla sua pelle scura e sui suoi vestiti rosa. Era riuscita a smettere di dare del “voi” a tutti, ma non aveva mai perso quell’atteggiamento un po' troppo rigido per una Colligiana.

«Dunque,» iniziò Leone, prendendo posto davanti a Maia. «Non dovevi essere in ospedale da Lavinia?» Chiese, tamburellando le dita sulla propria mascella.

Maia non rispose. Rimase semplicemente a fissare un nodo nella trama del legno con aria colpevole.

«Come devo prendere il fatto che mi hai scambiato per mio figlio?» Proseguì Leone. «È stata un’idea sua?»

«No,» rispose immediatamente Maia. Un po’ troppo velocemente. «Mi ha aiutato a svignarmela solo perché l’ho implorato.»