Torna a L’Inno del Braciere.
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Musica ascoltata durante la stesura:
https://www.youtube.com/embed/ealNYqATlkg?si=dySoNjrqIuKCkT5j
(Io ho ascoltato la versione da Spotify, che aveva due vantaggi: 1. Non venivano censurati i “fuck”, 2. Adam Levine non manteneva contatto visivo con me, e specialmente non in maniera così disagiante — vi prego ditemi che non sono l’unico a trovarlo disagiante)
Perché, Capitano, solo uno stupido non capirebbe che ciò che sta succedendo in Brumonia è il primo passo verso la fondazione dell’Impero Zhuqiano che tanto desiderate.
Detto ciò, spero sinceramente di sbagliarmi. Ho fiducia che smentirete i miei dubbi con la vostra risposta, e che Xwanwu e Zhuqiao non saranno mai in conflitto.
«Maia, parliamo,» pregò Leone. «Per favore.»
Dopo giorni che Maia non gli aveva rivolto la parola se non per compilare quelle scartoffie della Miseria, Leone aveva trovato il coraggio di chiederle cosa non andava. Coraggio perché, con tutte le volte che non era stato onesto con lei, aveva paura che il loro rapporto fosse permanentemente incrinato.
«E di cosa?» Rispose la ragazza, sconsolata. Un tempo non appena entrata in casa avrebbe riposto la spada nella rastrelliera all’ingresso, e invece adesso, anche mentre stava per entrare nella sua camera teneva la mano stretta attorno all’impugnatura. Oltre ad essere estremamente schiva, quei giorni era anche tesa come la corda di un arco.
Che Lavinia era in realtà la Vestale di Colle era un segreto che i Colligiani erano riusciti a tenere fin troppo a lungo. Anzi, forse chiamarla “Vestale” era un po' generoso, visto che erano quasi vent'anni che non riusciva più a lanciare incantesimi. Non c’era da sorprendersi che Maia o gli altri forestieri non avevano mai sospettato nulla. E se prima Leone aveva avuto dei dubbi sulla faccenda del cangiante di Arcoburgo condannato a morte, ora che aveva visto l’Astore identificare facilmente Lavinia come maga — indagine che non credeva essere possibile, se non osservando la Vestale compiere un incanto — temeva seriamente per l’incolumità di Maia.
Che Leone non avrebbe governato da solo, invece, era il segreto peggio tenuto di sempre. Già per Maia era stata un’impresa insegnargli a scrivere lo scarabocchio che rappresentava il suo nome, e non sapendo né leggere né scrivere Leone non poteva che affidarsi ai suoi occhi e alla sua penna per tutto il resto. E, come se non bastasse, ad impedirgli di esercitare liberamente i suoi nuovi poteri c’era anche l’Astore, che stava prolungando la sua sosta in città.
«Non voglio rimproverarti,» promise Leone, poggiandosi allo stipite della porta. Odiava quando faceva così, quando per evitare di discutere con lui, Maia si rifugiava nella propria stanza, che fino a qualche anno prima apparteneva a Dima.
«E allora non c’è niente di cui parlare,» rispose Maia, pacatamente, avvicinandosi alla finestra e voltandogli le spalle.
Lo odiava perché spesso era un deterrente sufficiente a interrompere le loro discussioni, ma Leone non poteva permettere a Maia di non rispondergli. Non quella volta.
Molti — Leone incluso — erano giunti alla conclusione che l’unico modo in cui l’Astore poteva essere venuto a sapere di Lavinia era che qualche Colligiano doveva aver fatto una soffiata. Alcuni, però, ritenevano che era stato proprio Leone a fare da spia. Pensavano: chi ne ha beneficiato di più se non il nuovo Deputato di Colle degli Elci? Quegli sciocchi non capivano che essere Deputato gli aveva portato più problemi che altro, soprattutto perché era stato costretto a mettere in mezzo Maia molto più di quanto avrebbe voluto.