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I1 - Alchimista ❤️‍🔥 | I3 - Lavinia ❤️‍🔥


Crowslayer era il cognome di un’autrice famosa, o almeno questo era quello che Tiago aveva intuito sbirciando nella biblioteca di palazzo. Sapeva leggere, più o meno, ma non glien’era mai importato abbastanza dei libri da sedersi e finirne uno. Quella era roba da nobili. Ma forse, se il suo piano aveva successo, anche lui avrebbe imparato ad apprezzare quelle stronzate.

Chissà se quella scrittrice si aspettava che avrebbe dato il nome ad una delle vie più famigerate di Castro Cristallo?

Via Crowslayer era periferica, e all’apparenza non differiva troppo dalle altre strade della città. Anche lì le carrozze sfrecciavano alla solita — eccessiva — velocità, e le persone passeggiavano sotto ai porticati dei palazzi ad ogni ora del giorno e della notte. Nessuno, però, si sedeva mai per un tè, o si fermava mai a guardare le vetrine, perché quella era una zona quasi esclusivamente residenziale, e quindi tutti i portoni a livello della strada o conducevano agli androni dei palazzi oppure erano gli ingressi di abitazioni private. O almeno, sarebbe dovuto essere così. Nella realtà quelle case al piano terra il più delle volte erano bordelli oppure nascondevano attività criminali, e questo spesso valeva anche per gli appartamenti ai piani superiori.

Colui che Tiago stava cercando era un certo alchimista. Di per sé, produrre e vendere pozioni non era un’attività illegale, ma non era un caso se il proprietario del laboratorio aveva scelto di aprire il suo negozio proprio su quella strada, e non era un caso se la bottega “chiudeva” intere settimane per volta.

Trovare l’indirizzo era stato facile. Troppo facile. Talmente facile che la gente vociferava che i gendarmi non facessero controlli perché Nigredo — era così che chiamavano l’alchimista — aveva stretto qualche tipo di accordo con loro. Ciò che era stato difficile, invece, era stato riuscire a beccare il giorno di apertura del laboratorio.

Tiago era stato costretto ad attendere settimane, se non mesi. Era passato là davanti ogni volta che ne aveva il tempo, alla fine di ogni suo turno. E poi era successo.

Ormai aveva imparato a conoscere intimamente quel porticato. Come al solito, gli era passata davanti quella ragazza con le labbra e le lunghe unghie dipinte di rosso, portando sotto braccio un uomo più grande, ma soprattutto più brutto di lei. Era talmente abituato all’idea che avrebbe trovato quell’ingresso chiuso che quasi non riuscì a credere ai suoi occhi quando, oltrepassato il portone nel quale la troia e il suo cliente erano entrati, vide la cornice della porta del numero 21/C riempita non da legno solido ma da una tenda di perline che scintillavano alla luce dei lampioni.

Si fermò per qualche istante, guardandosi attorno. Sembrava che a nessuno importasse di quel piccolo miracolo, o quantomeno che nessuno se ne fosse accorto. Quindi deglutì, scostò la tendina con la mano ed entrò nel laboratorio.

La prima cosa a colpire Tiago fu un’odore pungente che gli bruciò il naso e gli graffiò il retro della gola; la seconda fu quanto il laboratorio era buio. La luce della strada faticava ad oltrepassare la tendina, e in ogni caso non riusciva a raggiungere la superficie dei diversi tavoli e banconi piastrellati che occupavano la maggior parte della superficie calpestabile della stanza. E se c’erano delle finestre che davano sul cortile interno, esse erano completamente oscurate da delle tende nere e completamente opache.

«Salve,» salutò una voce roca alle sue spalle. «Posso esservi d’aiuto?»

Tiago si voltò di scatto, appena in tempo per vedere la porta chiudersi. Si sentì lo scatto di una serratura. «N-Nigredo?» Chiese, indietreggiando di un passo. Urtò contro un tavolo. Gli strumenti di vetro che vi erano posati tintinnarono in segno di protesta.

«In carne e ossa,» scandì.

Tiago udì qualche passo lento e deliberato lungo il perimetro della strada, e dopo qualche interminabile istante, una fiammella nell’oscurità gli indicò che qualcuno aveva acceso un fiammifero. Presto il cerino venne usato per accendere le candele di un piccolo candelabro a tre bracci, e poco alla volta i suoi occhi iniziarono ad adattarsi a quell’oscurità.

L’alchimista inspirò. «Chiedo scusa se questa oscurità è… disorientante. Molti dei composti con cui lavoro sono fotosensibili,» disse. Parlava lentamente, come se stesse misurando ogni parola. «Io di solito mi aiuto con delle gocce di luminia. Posso offrirvene un po’?»

«N-no, no, grazie,» rispose subito. Aveva troppa paura che gli avrebbe rifilato un veleno, ma merda se avrebbe voluto accettare. Ora che iniziava a carpire dal buio l’aspetto dell’alchimista non riusciva a levargli gli occhi di dosso, in un misto di fascino e trepidazione.

Ciò che catturò immediatamente la sua l’attenzione era la maschera bianca che gli nascondeva il viso. Aveva un grosso naso, con un mento a punta che sporgeva in avanti. Tiago aveva già visto travestimenti del genere in occasione di quelle poche feste in maschera che l’Astore aveva dato a palazzo. Se non si sbagliava, si chiamavano “baute”. Non era l’unica stranezza. Il resto del suo fisico non suggeriva “alchimista”, ma “gladiatore”. Era alto, molto alto, e da sotto a un panciotto nero indossava una camicia bianca che aderiva perfettamente al suo petto e alle sue braccia muscolose, lasciando ben poco all’immaginazione.

«Come desiderate,» disse, suadente. Si sollevò le maniche, mettendo in mostra la pelle olivastra degli avambracci. «Dunque, cosa porta una guardia del palazzo nella mia umile bottega?» Chiese, prendendo una boccetta semi-vuota dal tavolo accanto a lui. Se la portò davanti agli occhi, facendo roteare lentamente il liquido all’interno dell’ampolla tonda.