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Ovviamente Lavinia si era chiesta come mai, nonostante il Re la Regina elargissero pene capitali per ogni inezia, la stregoneria non fosse punita con la pena di morte — nemmeno quando il mago aveva presumibilmente maledetto qualcuno. Quindi, quando i soldati le avevano messo un cappuccio in testa, per molti lunghi minuti aveva temuto che la promessa dell’ergastolo fosse solo una farsa, una bugia per non dare ai Brumonesi una ragione di insorgere e vendicare i loro signori e maghi. Ma nessuno le premette mai la testa contro un ceppo da decapitazione, e non sentì mai il freddo di una lama vicina al collo.
La fecero accomodare — con più riguardo di quello che si sarebbe aspettata — su un sedile imbottito, e quando sotto il picchiettare incessante della pioggia il mondo iniziò a sussultare, Lavinia capì che l’avevano fatta salire su una carrozza, probabilmente diretta verso la prigione in cui l’avrebbero rinchiusa per il resto della sua vita.
Evidentemente il cappuccio serviva a non farle capire che direzione stavano prendendo, visto che il carcere a cui erano diretti si trovava in un luogo segreto, ma Lavina non poté che paragonarsi a un canarino la cui gabbia viene coperta con un panno scuro per farlo dormire, perché presto i dossi e le buche lungo la strada la cullarono in un sonno profondo e senza sogni.
Quando si risvegliò, i sobbalzi irregolari delle ruote del carro sulla strada erano stati sostituiti da un dondolio lento e costante, e il ticchettare della pioggia sul tettuccio della carrozza era stato rimpiazzato dallo scroscio del mare, fenduto dalla chiglia di una nave.
Interessante. Non si aspettava che sarebbe stata troppo distante dal carcere di Poggio Picca. Che la stessero portando su uno degli isolotti della Baia di Castro Cristallo? Ebbe dei dubbi quando, dopo averla fatta scendere dall’imbarcazione, la caricarono su un’altra carrozza.
Infine si fermarono in un luogo in cui, quando Lavinia scese dalla carrozza, le sembrò di sentire il graffiare della sabbia tra il pavimento in pietra e le suole delle sue scarpe. Le fecero imboccare una ripida rampa di scale, che scendeva talmente in profondità che ebbe bisogno di chiedere ai suoi carcerieri una pausa per le sue povere anche doloranti e loro, che non sembravano particolarmente preoccupati da quanto tempo quell’operazione avrebbe richiesto, acconsentirono. Anzi, li sentì parlottare tra di loro, e uno dei due propose di levarle il cappuccio, perché tanto, ormai, erano praticamente arrivati. E così fecero.
Aveva gli occhi abituati al buio per via del cappuccio, quindi la luce fioca della torcia in mano agli uomini dietro di lei le sembrò rischiarare perfettamente quell’angusto passaggio scavato nella roccia chiara. Un pianerottolo l’attendeva a solo pochi gradini più in basso.
«Siamo quasi arrivati,» disse uno dei due alle sue spalle. «Se ci date i polsi possiamo già liberarvi.»
Lavinia si girò sul posto, guardando incuriosita le guardie. Dovevano essere scesi un bel po’, perché non si vedeva la luce del sole a rischiarare le scale dietro di loro. «Non avete paura che lanci un incantesimo?»
«No, signora. Non ne sareste in grado,» rispose pacatamente.
Be’, aveva perfettamente ragione, e Lavinia era stanca di avere le mani bloccate da quegli assurdi guantoni metallici, quindi allungò le braccia verso di lui. Con il click di una piccola chiave la serratura scattò, e non appena gli uomini ebbero rimosso quelle crudeli manette ondeggiò subito le dita, felice di averle di nuovo libere.
«Prego,» indicò l’altro con un cenno della mano libera, facendole cenno di proseguire lungo le scale.
Lavinia, allora, si voltò di nuovo verso il fondo della scala e poggiando la mano contro la pietra levigata riprese a scendere.
Naturalmente aveva pensato di provare a scappare. Una parte di lei le suggeriva che quegli uomini non avrebbero provato a farle del male se avesse provato a fuggire — infatti non portavano nemmeno un pugnale in cintura — ma il suo lato più razionale le ricordava che senza la magia non sarebbe nemmeno riuscita a risalire fino in cima alle scale. E poi, anche se fosse riuscita a sfuggire miracolosamente, sarebbe comunque stata una ricercata a vita. Meglio accettare la propria sconfitta con dignità. Era riuscita a scappare all’arresto anche troppo a lungo, se doveva essere sincera.
Quando fu arrivata sul pianerottolo, uno dei due uomini rimase indietro, mentre l’altro la precedette, accostandosi alla porta in metallo sulla parete posteriore. Liberò i grossi chiavistelli dalle pesanti catene e lucchetti, e con evidente sforzo la tirò per aprirla. Lavinia riuscì a intravedere una serie di sbarre, e oltre di esse quelli che sembravano i tavoli di una mensa, illuminati da qualche luce bianca.
«Non vi lasceremo chiusa tra questa porta e quelle sbarre,» rassicurò l’uomo alle sue spalle, vedendola esitare. «È solo una misura di sicurezza perché agli altri ospiti non vengano strane idee.»
«Capisco,» disse Lavinia. «Quindi chiuderete quella porta alle mie spalle e poi avrò accesso a quella sala?»